ZOO Sì O ZOO NO? GLI ZOO SONO ETICI?

Gli zoo sono etici? Sono giusti o sbagliati? Perché e quando la cattività può servire come risorsa per la conservazione? Come scegliere la struttura etica da visitare? Come capire se un animale si trova in uno stato di benessere o malessere in cattività? Affrontiamo la questione

NE HO PARLATO NELL’EPISODIO 24 DEL PODCAST

Vedere un animale in gabbia fa soffrire. C’è poco da fare. Rinchiudere la selvaticità di un leone dietro le sbarre è qualcosa che inevitabilmente tocca la nostra sensibilità. Purtroppo, però, molte volte la cattività è l’unica risorsa rimasta per quel singolo individuo, per la specie e in alcuni casi anche per interi ecosistemi a rischio.

In un’ottica di decenni fa, purtroppo, gli zoo sono visti come prigioni in cui gli animali venivano esposti per essere esibiti alle famiglie la domenica. Oggi, però, le strutture protette, sono molto di più: è cambiato non solo il nome, passando da “zoo” a “bioparco”, ma è cambiata soprattutto la missione e il fine ultimo della detenzione di animali selvatici. Le strutture protette sono infatti contenitori di pool genetici stabili per reintrodurre specie in Natura, sono importantissimi centri di educazione ambientale e di sensibilizzazione, sono luoghi di ricerca scientifica non invasiva e in alcuni sono centri di recupero in cui vengono ospitati animali sequestrati, ad esempio. Gli zoo, quindi, possono avere davvero un importante ruolo nella salvaguardia faunistica e ambientale. Non tutti però. Non sempre.


Come riconoscere una struttura etica, quindi?

1) Cerchiamo di preferire le strutture EAZA (https://www.eaza.net/) agli zoo senza certificazione. EAZA è un’associazione che racchiude i migliori zoo d’Europa e in molti casi (non sempre però, purtroppo) gli zoo che riescono ad essere certificati da EAZA sono davvero validi dal punto di vista etico e di benessere animale. Non tutti gli zoo, infatti, possono far parte dell’Associazione, che diventa quindi una sorta di marchio di qualità per le strutture protette. Per entrare all’interno di EAZA bisogna necessariamente rispettare dei requisiti di conservazione, ricerca, educazione e benessere animale. Va da sé, dunque, che uno zoo che non destina fondi a progetti di tutela ambientale, ha piccole gabbie anguste prive di arricchimento ambientale e non effettua né ricerca scientifica né attua programmi di educazione e sensibilizzazione, difficilmente potrà far parte di EAZA. Tuttavia, però, in alcuni zoo EAZA ci sono ancora attività e contesti discutibili come spettacoli con animali o interazione tra fauna selvatica e visitatori.
Facciamo sempre attenzione, quindi, che lo zoo che decidiamo di visitare non permetta in alcun modo l’interazione tra gli animali selvatici ospitati e i turisti e che non ci siano spettacoli di falconeria, cetacei o esibizioni di animali. In questo tipo di attività non c’è nulla di etico, di educativo e di rispettoso per il benessere animale.

2) All’interno degli zoo certificati, gli animali non hanno un prezzo, non possono essere venduti o comprati come oggetti, il che sottolinea il valore conservazionistico della loro presenza all’interno della struttura. Gli zoo sono infatti importantissimi centri di riproduzione ex situ (lontano dal luogo d’origine dell’animale) per garantire la possibilità di reintrodurre animali in Natura in caso di necessità. Questo è reso possibile grazie ai fondi che i turisti destinano alla struttura con le loro entrate. Quasi nessuno donerebbe dei soldi per salvare un rettile sconosciuto o un volatile asiatico poco carismatico. Grazie agli zoo, anche queste specie “anonime” hanno l’opportunità di essere protette e tutelate grazie ai progetti di reintroduzione in situ e ai programmi di conservazione che mirano a combattere le attività illegali nel loro luogo d’origine, mitigare gli effetti di cambiamenti climatici, disboscamenti o perdita dell’habitat.

Programmi funzionanti di reintroduzione grazie alla cattività sono stati per esempio quello per la lince iberica, che sarebbe stata il primo felino ad estinguersi, dopo milioni di anni. Grazie alle azioni e ai programmi di riproduzione ex situ è stato possibile nel giro di 50 anni, reintrodurre la specie in natura, monitorandola e creando corridoi ambientali in situ, sensibilizzando la popolazione locale e controllando la distribuzione e la numerosità degli individui. Altri esempi sono la gazzella Mhor, estinta in natura negli anni ‘70 ed ora reintrodotta in natura, il bisonte europeo, il leopardo Amur, l’ibis eremita, la rana della montagna, la tartaruga Ploughshare e altre decine di esempi.

Gli stessi programmi a livello mondiale sono contenuti nel WAZA (World association zoo aquarium).

Animali sì e animali no!

3) Agli animali ospitati all’interno dello zoo devono essere rispettate le esigenze etologiche specie-specifiche e questo si garantisce attraverso l’arricchimento ambientale (gli oggetti all’interno della gabbia che forniscono stimoli all’animale), l’arricchimento sociale, olfattivo e di contesto. Se si tratta di un animale sociale, quindi, è fondamentale che non sia da solo all’interno dell’installazione ma che sia insieme ad altri conspecifici, così come il contrario. Se si tratta di una specie notturna, il visitatore non potrà osservarla alla luce del giorno, ad esempio. Gli animali, inoltre, devono essere protetti dallo sguardo dei visitatori, che non dovrebbero quindi poter osservare gli animali da ogni angolo dell’installazione: questo per garantire all’animale tranquillità, riparo e privacy se ne sente la necessità. Non tutti gli animali, inoltre, possono vivere felicemente in cattività. Ci chiediamo quindi, quali animali no? Animali che in natura percorrono quotidianamente lunghe distanze, come il ghepardo, l’elefante ed il delfino; animali cognitivamente più complessi e quindi esigenti, come i primati; animali che in natura passano molto tempo a cercarsi il cibo, come i ruminanti, o animali polari che vengono ospitati a climi caldissimi, e viceversa.

Altri, paradossalmente, come il leone, che è tendenzialmente sedentario, il coccodrillo ad esempio, gli anfibi ed i rettili… se ben tenuti e con le giuste precauzioni di benessere etologico e di spazio a disposizione, possono vivere una buona vita, con un degno livello di Welfare anche in cattività, anche se non sarà mai paragonabile alla vita wild in Natura.
Per capire se un animale sta bene o male, uno dei criteri di valutazione è osservare l’eventuale presenza di stereotipie (comportamenti anormali), che possono essere un indicatore di stress cronico e dunque, mancanza di stimoli e benessere.

Allora gli zoo sono giusti o sono sbagliati? Dipende. Come in ogni cosa non bisogna generalizzare e non è facile creare categorie e scomparti. Tuttavia, possiamo affermare che ci sono modalità per comprendere se uno zoo sia o meno etico e rispetti o meno gli animali che ospita. Non basta una gabbia grande e un bel cartello informativo. Non bastano i colori della staccionata e la musica in sottofondo. Prima di visitare una struttura protetta, dunque, informiamoci. Cerchiamo le certificazioni, i progetti che sostiene, gli animali che ha rilasciato in Natura, le ricerche che vengono fatte, le attività che promuove. È solo una “vetrina” che espone animali per profitto o è una struttura che partecipa attivamente alla conservazione e all’educazione?
Lasciamo a casa i pregiudizi e immergiamoci nella consapevolezza che nella tutela ambientale, come in tutto, c’è bisogno di compromessi e che le strutture protette, sono uno di quei compromessi che dobbiamo fare in nome della conservazione.

Articolo pubblicato su StradeNuove

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